Avviso ai naviganti: questo è un appello al milanismo. Al mio, al tuo, a quello di chi neanche sa cos’è e di chi è disposto a difenderlo fino a prova contraria. Già, la famosa prova contraria. Negli ultimi tempi abbiamo fatto il callo a tante cose che stanno all’opposto dell’idea di Milan con cui siamo cresciuti, tra scelte avventate, una comunicazione deficitaria e la sensazione che ormai non si provi neanche più imbarazzo a mettere in discussione i valori che hanno contraddistinto almeno 110 anni (e mi tengo basso) della nostra storia.
C’era una volta lo stile Milan
Lo stile Milan non esiste più, dobbiamo dircelo chiaramente. Ma ciò che fa ancora più male è che sembra ci siamo rassegnati alla mediocrità, al caos, alle perenni lotte intestine e alle stagioni che vanno a ramengo in un amen. Ci siamo rassegnati ai giochi di potere sulla pelle del Milan. Tutto ciò si riflette sul campo, ovviamente, ma i risultati altalenanti sono oggi l’ultimo dei problemi. Penso alle nuove generazioni di milanisti (peraltro in calo, come rispecchiano i dati) e al loro crescere in un’epoca in cui viene dichiarato a priori che lo scudetto non è un’ambizione necessaria, perché in fondo vincere può essere noioso, e che di fronte a una buona plusvalenza bisogna vendere chiunque, pur di alimentare il flusso di cassa. Penso a loro e mi sale una nostalgia indicibile.
Nostalgia di tempi lontani in cui il mio, il tuo, il nostro Milan era un modello di gestione riconosciuto in tutto il mondo, capace di mettere la propria gente al centro di tutto. Non c’è grande campione del passato che, quando intervistato, dimentichi di raccontare quanto fosse importante la professionalità nei comportamenti, il rispetto della parola data e la cura, maniacale, dei dettagli da parte della società. Questo garantiva un senso di continuità e, soprattutto, di appartenenza al club, aspetti che oggi vengono oggettivamente bypassati.
Chi si fa carico oggi della fede rossonera?
Non c’entrano i trofei. La mia generazione ha vissuto i trionfi del ciclo berlusconiano, ma non per questo può definirsi più milanista di chi c’era negli anni della serie B. Così come il contrario. La fede si è sempre trasmessa grazie a chi in società la incarnava, al di là del vincere o perdere alla domenica. Oggi queste figure sono state allontanate dal Milan, sostituite da uomini di conto che poco sanno di calcio (non vanno biasimati per questo) e nemmeno vogliono delegare a chi ne saprebbe (qui sì). Gli esempi sono molteplici, la rottura con Tare è solo l’ultimo in ordine di tempo. Da chi dovrebbero apprendere il milanismo, i ragazzi?
Non lo si limiti a discorso teorico, perché nel calcio le società che rimangono competitive a lungo sono quelle che difendono la propria identità. Qui, invece, si sta provando in tutti i modi a mettere il silenzioso alla nostra storia e a chi aveva iniziato a scriverne una nuova pagina. È il principio per il quale non si sono opposti alla cessione di Tonali, ma pure quello che rende Franco Baresi un vicepresidente di fatto assente dalle dinamiche della squadra. Chi è scettico provi a pensare a quante volte si è presentato davanti ai microfoni e a quanto più frequentemente viene concesso, ad esempio, al pari ruolo dei cugini Zanetti. Io nel frattempo vorrei sottolineare che parliamo di Franco Baresi.
La rottura definitiva con Maldini
Da un capitano all’altro: sono note le modalità con cui è stato cacciato Paolo Maldini, così come il disagio di vederlo escluso dalla Hall of Fame del club. Sottolineo anche qui, Paolo Maldini. Peggio ancora: a riprova del pessimo rapporto tra l’attuale proprietà e l’ex direttore sportivo dello scudetto 2022, hanno fatto il giro del mondo le immagini di come gli steward di San Siro abbiano tentato di allontanare due tifosi solo perché sventolavano la maglia numero 3. Il Milan che rinnega il Milan, siamo all’assurdo.
I tifosi sono stanchi…
È in un quadro così intricato che lo scoramento prende piede. Lo testimonia la fetta di tifoseria che si sta progressivamente allontanando dal rossonero. Tutti conosciamo personalmente qualcuno di loro, oppure abbiamo raccolto gli sfoghi di chi ormai non va più allo stadio, guarda le partite senza trasporto e vorrebbe si staccasse la spina a questo caos. Nell’attesa, però, la staccano loro. In tutto ciò, una parte sempre più cospicua del pubblico di San Siro è popolata da turisti stranieri che ridono e ammiccano in camera quando la squadra perde 3-0: chissà se il Milan dei contabili vorrà fare i conti con questo problema, ma, prima ancora, chissà se lo reputa un problema.
…ma hanno una responsabilità
È tutto lecito, sia ben chiaro, ma se mi rivolgo direttamente a te che leggi, è perché credo che chi sceglie oggi di rimanere accanto al Milan abbia anche il compito di proteggerne la storia. Ti ricordi quando cantavamo allo stadio: “Con il Milan nel cuore, nel profondo dell’anima, un vero amico sei…”? Ecco, oggi quell’amico si è smarrito e spetta a me, a te, a noi indicargli la strada, raccontando alle nuove generazioni cosa è stato e cosa un giorno tornerà ad essere. È arrivato il momento di difendere il Milan, ciascuno come può, senza indugio e senza sosta. Con l’aria che tira, possiamo farlo solo noi.
Ce la faremo!
Passerà del tempo prima di tornare competitivi e non sarà un’eventuale qualificazione in Champions a illudere, perché quando accumuli 74 punti di distanza dalla vetta della classifica negli ultimi quattro anni (una media di 18 a stagione, e questa non è ancora finita) non puoi definirti competitivo. Abbiamo molto meno tempo a disposizione per compattare la tifoseria. Tra dodici mesi cadrà il ventennale dei nostri ultimi successi internazionali: nessuno dei ragazzi che frequentano oggi le scuole dell’obbligo li ha vissuti, questo significa che, se non ci mettiamo in moto, la memoria condivisa durerà ancora per poco, se non sotto forma di ricordi impolverati.
È una fase davvero critica della nostra storia, ma, se posso dare un consiglio, è proprio adesso che dobbiamo indossare con orgoglio la maglia rossonera e aggrapparci ai nostri simboli. Nella convinzione che il milanismo rappresenti davvero qualcosa di più grande del risultato di una partita, e cioè una strada da seguire. La stessa di quel mio, tuo, nostro amico che si è perso, ma che un giorno tornerà.