Il Milan abdica definitivamente alle proprie certezze nel posticipo di ieri sera, incassando una sconfitta per 3-2 contro l’Atalanta che sa di sentenza per le ambizioni Champions League. Nella cornice di un San Siro ribollente di rabbia, la formazione di Massimiliano Allegri è parsa l’ombra della squadra capace di infilare, in passato, ventiquattro risultati utili consecutivi. Come sottolineato dall’analisi de Il Giornale, il tracollo rossonero non è stato solo numerico ma strutturale: la compagine bergamasca ha dominato il campo per oltre un’ora, mettendo a nudo una disorganizzazione tattica e una fragilità difensiva che hanno reso vane le timide reazioni d’orgoglio nel finale.
La cronaca del match evidenzia un approccio morbido dei padroni di casa, trafitti inizialmente da Ederson e successivamente dal raddoppio di Zappacosta. Questi episodi hanno certificato la crisi di quel blocco basso che era stato il marchio di fabbrica della gestione Allegri, ora sostituito da reparti scollegati e voragini centrali. Nonostante un legno colpito da Rabiot in apertura e qualche spunto firmato dal binomio Leao-Saelemaekers, la manovra offensiva è risultata asfittica, con un Gimenez incapace di fungere da boa e un Leao apparso il ritratto della frustrazione, scivolato simbolicamente al primo tentativo di percussione.
Il clima ambientale è precipitato di pari passo con il punteggio. La Curva Sud ha scelto la linea dura, esponendo lo striscione “GF OUT” all’indirizzo dell’amministratore delegato Giorgio Furlani, mentre il resto dello stadio accompagnava ogni errore con fischi assordanti. La situazione di classifica, aggravata dal contemporaneo successo della Roma, ha spinto il tifo organizzato a un gesto estremo: l’abbandono degli spalti prima del termine, mentre nell’aria di San Siro tornava a levarsi con forza il coro dedicato a Paolo Maldini, segno di una frattura profonda tra la piazza e l’attuale corso societario.
Nella ripresa, il tentativo di Allegri di rimescolare le carte si è rivelato un boomerang. Gli inserimenti di Nkunku, Fofana, Fullkrug e Athekame non hanno garantito la scossa sperata, finendo anzi per sbilanciare ulteriormente un Milan già in crisi di nervi. L’Atalanta ne ha approfittato con cinismo chirurgico grazie a Raspadori, autore del terzo gol nato dall’ennesima amnesia collettiva della retroguardia. Il clima di resa è stato solo parzialmente mitigato dal finale rocambolesco, che non ha però spostato i giudizi su una gestione tecnica e dirigenziale finita sul banco degli imputati.
Il futuro del club appare ora come un cantiere aperto sotto una tempesta mediatica. Le voci insistenti circa un possibile allontanamento del Direttore Sportivo Igli Tare e le riflessioni su una nuova guida tecnica per la prossima stagione raccontano di una società in tilt totale. Oltre al rischio concreto di essere sorpassati anche dal Como nella corsa alle coppe europee, resta il dato allarmante di una squadra che pare aver smarrito la propria anima. A San Siro non si è consumata solo una sconfitta sportiva, ma quello che molti osservatori definiscono come il fallimento di un progetto nato con ambizioni di vertice e naufragato tra scelte di mercato discusse e una preoccupante involuzione d’identità.