Racconti rossoneri | Ricky e quella voglia di innamorarsi ancora

A gennaio 2009 il Manchester City voleva assicurarsi Kakà con un'offerta da capogiro, ma non aveva fatto i conti con il tifo milanista...

Matteo Noceti
7 min di lettura

Ricordate l’ultima volta che vi siete innamorati? Tranquilli, non vuole essere una di quelle sdolcinate frasi fatte tanto comuni a San Valentino, bensì un viaggio nella propria coscienza di tifosi. Perché se è vero che la passione per una squadra di calcio scatta prevalentemente in famiglia, per riaffermarla c’è bisogno di emozioni forti, inspiegabili fino a quando non vi ci si concede senza remore. Parlo di occhi lucidi, di mente che vaga lontana pur entro i confini di un pensiero fisso, di ore che sembrano infinite prima di incontrarla e di quell’improvvisa inappetenza se ha perso la partita.

Roba da libro Cuore, penserete. Il problema però è che nessuno dice mai cosa succede al cuore di un tifoso quando a quel libro vengono strappate le ultime pagine. Scraaaap! Un taglio netto, il finale resta in bilico e il fiato sospeso. Esattamente come quella fredda sera di gennaio, in strada a Milano. Me la ricordo ancora.

Ricardo Kakà, un uomo al centro del Milan

La stagione 2008/09 procedeva senza sussulti: un cammino regolare in campionato, la vetta della classifica non troppo distante e qualche difficoltà di troppo nella Coppa UEFA che dopo tanti anni, per punizione, tornavamo a disputare. Certo, le premesse erano ben diverse: il mercato estivo aveva rifatto il look a un Milan che si presentava con un reparto offensivo da far invidia, ma tant’è. Secondo molti, sarebbe stato arduo far coesistere Kakà e Ronaldinho, ma diciamocelo, quale allenatore non vorrebbe avere di questi problemi? E poi il buon Ricky era ancora il giocatore più rappresentativo della squadra, nonché il punto di riferimento quando c’era da fare gol.

Nessuno aveva mai realmente pensato a un Kakà lontano dal Milan, sebbene, nel corso degli anni, qualche offerta in via Turati fosse arrivata. “Deve ancora nascere chi pensa di poter andare dal presidente del Milan per sottrargli Kakà” era il mantra di Berlusconi, e puntualmente i rumors scomparivano veloci come un’accelerazione del numero 22 sul prato di San Siro. In quei giorni di gennaio, tuttavia, si avverte qualcosa di diverso.

Il City e quello spartiacque del destino

All’epoca il Manchester City era una squadra di metà classifica o poco più. Light Blue nel colore della maglia e nel pedigree societario, l’esatto opposto del rosso prepotente dei cugini dello United che in quegli anni dominavano la scena. Da alcuni mesi, tuttavia, gli ingenti capitali del nuovo proprietario, lo sceicco Mansour, promettono un futuro più glamour. Anche i tifosi dei Citizens avrebbero potuto sognare di vincere e il primo nome per farlo era proprio Kakà.

Un’offerta da capogiro

L’ambiente rossonero, di solito impermeabile verso l’esterno, fa uscire qualche spiffero: l’offerta degli inglesi è reale e ammonta a circa 120 milioni di euro. Berlusconi non parla più, Galliani ammette che il club stava valutando, il clima attorno al brasiliano diventa surreale. Si arriva così a sabato 17 gennaio, in programma c’è Milan-Fiorentina e tutti temono sia l’ultima di Kakà con la maglia del Diavolo.

Le bancarelle della fiera rionale in cui trascorro il pomeriggio espongono le maglie del trequartista a metà prezzo, ormai certe del trasferimento. Inizia la partita e dagli spalti del Meazza si alza un coro unanime: “Non si vende Kakà!” Un tentativo disperato, visto che la chiusura dell’affare era prevista entro le successive 24 ore. Sul campo finisce 1-0, segna Pato in quello che pare il più classico dei passaggi di consegna. Si festeggia poco, si dorme ancora meno, si attendono solo i crismi dell’ufficialità.

I milanisti scendono in strada

Per gran parte dell’indomani, una folla di milanisti si raduna sotto l’abitazione del giocatore in pieno centro a Milano. Kakà è in casa e potrebbe aver già firmato il contratto con il City. Cori, striscioni, dichiarazioni d’amore: le si prova tutte, nell’attesa. In strada ci sono tifosi di ogni età. Siamo tutti lì, idealmente abbracciati a un idolo che non vogliamo lasciar andare via. Oggi che i giocatori cambiano squadra come fossero calzini, è difficile immaginare una simile sollevazione popolare, ma in quel periodo il Milan era davvero una questione di romanticismo sportivo.

E come sappiamo, non c’è romanticismo senza colpo di scena. Quando ormai è notte, il presidente Berlusconi interviene in una nota trasmissione televisiva e il trequartista si affaccia dalla finestra. L’annuncio arriva praticamente in contemporanea: “Kakà resta al Milan!” Tripudio e lacrime rossonere: era questo il finale del libro?

Quella sera, avevamo vinto noi

Kakà si trasferirà al Real Madrid sei mesi dopo, ma quella sera non ce ne fregava nulla. Quella sera avevamo vinto noi, e con noi l’idea di un Milan che come una grande famiglia non lasciava indietro i propri figliocci. Contava l’emozione, fortissima, del momento e non l’illusione in cui si sarebbe trasformata. Quella sera ho visto più milanismo di quando si festeggiavano le Champions, semplicemente perché il Milan è questa roba qua: un sentimento di popolo, talvolta tradito ma sempre autentico.

Ricordiamocene oggi che non si vince più e trasmettiamolo ai giovanissimi che, ahi loro, vivono un calcio completamente diverso. Aggrappiamoci al sentimento di quella sera in cui ci era bastato veder sventolare dalla finestra una maglietta rossonera per convincerci che sì, valeva dannatamente la pena innamorarsi ancora. E torneremo ad essere noi.

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