Sabato 6 giugno, e sarà la centesima volta che lo leggerete scritto, il Milan è senza allenatore, senza DS, senza DT e senza CEO. La linea di Gerry Cardinale in questo momento è una sola: niente decisioni affrettate, perché si tratta di aprire un nuovo ciclo e non è una scelta da prendere a cuor leggero. Il ragionamento, in sé, non farebbe una piega. Se non fosse che mentre tutte le altre squadre di Serie A stanno per raccogliere i frutti della programmazione delle scorse settimane, a Casa Milan non c’è né una programmazione né chi possa crearla.
Un cane che si morde la coda
Il paradosso è tutto qui, e ha la forma di un cane che si morde la coda: più passa il tempo, più si alzano le percentuali di una prossima stagione piena di difficoltà. Ma la cosa più avvilente è un’altra. Anche se dovesse verificarsi lo scenario che oggi appare il migliore, il risultato sarebbe comunque un enorme ridimensionamento. Si parla del cosiddetto modello Rangnick, e già il fatto che venga vissuto come un traguardo dice molto sullo stato delle cose.
Il pressing dell’Austria su Rangnick
C’è poi un dettaglio che rende il tutto ancora più incerto. Ralf Rangnick, attuale commissario tecnico dell’Austria, sta subendo il pressing continuo della Federazione austriaca. Il presidente della Österreichischer Fußball-Bund ha dichiarato apertamente di volersi legare al manager tedesco almeno fino ai prossimi Europei. Insomma, non è affatto da dare per scontato che il Milan possa davvero arrivare all’uomo che ha plasmato il modello Red Bull.

L’ancora di salvezza che domani può pesare
Ed è proprio qui che si annida il problema vero. Forse è poco concreto pensare già al dopo quando mancano struttura, capacità decisionale e organizzazione, eppure guardare al modello Red Bull come a un’ancora di salvezza oggi non cancella il rischio che domani diventi un grosso limite. Oggi Rangnick viene percepito dal mondo milanista come una figura capace di restituire regole, autorevolezza e struttura a un club svuotato della propria anima e della propria sostanza. Il Milan, in questo momento, somiglia a uno scheletro imbellettato ma vuoto: estetica sì, sostanza zero. E ha un bisogno assoluto di riempirsi di valori e idee giuste.

E dopo? La domanda che i tifosi si fanno da anni
Ammesso e non concesso che questo passaggio vada a buon fine, resta da capire cosa accadrebbe poi. Il modello Red Bull è limpido nei suoi principi: una struttura che funziona alla perfezione dalle giovanili alla prima squadra, un metodo rigoroso nel reclutamento di giocatori, allenatori e figure sportive a tutti i livelli, un sistema di gioco riconoscibile, offensivo e moderno. Ma soprattutto un club che diventa un punto di passaggio per i calciatori. Quali sono i talenti di alto livello transitati dal mondo Red Bull? Tantissimi: Haaland, Szoboszlai, Kimmich, Sesko, Upamecano, Sabitzer, Laimer e si potrebbe continuare a lungo. Il metodo funziona e porta risultati. Ma poi? Quando arriva il momento di fare quel salto in più, quel cambio di paradigma che i tifosi sognano da anni, cosa succede?
Probabilmente è ingenuo spingere il pensiero così in là in un momento in cui serve aggrapparsi a qualcosa pur di non sprofondare ulteriormente. Resta però emblematico che nella gestione di Gerry Cardinale persino lo scenario oggi più sensato condurrebbe a un ridimensionamento del Milan, almeno per come lo hanno sempre inteso i suoi tifosi.