Nella serata di ieri, il Milan di Massimiliano Allegri ha visto infrangersi le proprie ambizioni di rimonta scudetto sotto i colpi della Lazio, uscendo sconfitto dalla trasferta capitolina e scivolando a un distacco di otto lunghezze dalla capolista Inter. Nonostante il recente trionfo nel derby avesse riacceso le speranze del sodalizio milanese, il sigillo decisivo di Isaksen ha ribaltato l’inerzia del campionato, evocando corsi e ricorsi storici che già in passato videro la compagine biancoceleste arbitro dei destini nerazzurri. A nove giornate dal termine, il vantaggio della squadra di Chivu appare ora un’ipoteca pesante, trasformando quello che doveva essere l’assalto finale in una complessa gestione della zona Champions League.
L’analisi della disfatta poggia su una congiuntura di limiti tattici e amnesie motivazionali che hanno sorpreso la critica. Il Milan, finora imbattuto lontano dalle mura amiche con un ruolino di marcia di nove vittorie e cinque pareggi, è naufragato proprio contro una “piccola” del gruppo di testa, confermando un paradosso stagionale: la capacità di esaltarsi nei grandi appuntamenti e la tendenza a smarrire la propria identità contro avversarie meno blasonate. Le tre cadute stagionali contro Parma, Cremonese e ora la Lazio pesano come macigni sul bilancio di Allegri, specialmente se confrontate con il percorso dell’Inter, che pur avendo collezionato più sconfitte totali, ha saputo mantenere una regolarità cinica nel distanziare le inseguitrici.
Sotto il profilo individuale, la prestazione di alcuni elementi cardine ha palesato un’inquietante involuzione. Rafael Leão è apparso l’ombra del fuoriclasse ammirato nelle scorse settimane, offrendo una prova svogliata e priva di quella vis polemica necessaria per scardinare la retroguardia di Maurizio Sarri. Non è andata meglio a Christian Pulisic, la cui lucidità sotto porta sembra essersi appannata dopo un avvio di stagione folgorante. Il confronto fisico e tecnico a centrocampo è stato sistematicamente vinto dai biancocelesti, con il Milan incapace di imporre il proprio ritmo e costantemente in balia delle transizioni avversarie, segno di un’attenzione collettiva scesa sotto la soglia di guardia dopo l’euforia del derby.
L’assenza di Adrien Rabiot si è rivelata il vero punto di rottura dell’equilibrio tattico rossonero. La mancanza del centrocampista francese ha privato la squadra di quel riferimento dinamico capace di fungere da frangiflutti e, contemporaneamente, da incursore. Il tentativo di Allegri di sopperire a tale vuoto inserendo Jashari per garantire strappi verticali non ha prodotto gli esiti sperati, evidenziando come la rosa non disponga di alternative paritetiche per uomini come Maignan, Modric o lo stesso Rabiot. La scelta di accettare costantemente l’uno contro uno ha esposto il fianco alle imboscate tattiche di Sarri, che ha magistralmente istruito i suoi nel colpire le lacune difensive di Estupinan.
Nel post-partita, il tecnico livornese non ha cercato alibi, riconoscendo le criticità emerse durante i novanta minuti: «Abbiamo accettato troppo passivamente i duelli individuali, concedendo spazio alle loro verticalizzazioni e cadendo nella trappola preparata dalla Lazio», ha ammesso con pragmatismo Allegri ai microfoni della stampa. «Il mio obiettivo resta quello di vivere alla giornata, mantenendo il focus prioritario sul consolidamento del quarto posto; solo con questa filosofia potremo sperare in un eventuale miracolo sportivo», ha concluso l’allenatore, cercando di riportare l’ambiente a una realtà che oggi vede il quinto posto distante sette lunghezze, rendendo la prudenza l’unica bussola possibile per il finale di stagione.