Como-Milan ha riacceso un dibattito antico quanto il calcio moderno: gioco contro risultato, estetica contro necessità, progetto contro obbligo. A rimettere il tema al centro è Ivan Zazzaroni, che in un lungo editoriale analizza la partita e, soprattutto, il senso profondo della polemica tra giochisti e risultatisti alla luce di ciò che oggi chiede il calcio d’élite.
Una partita che spiega un’epoca
La fotografia è netta. Il Como gioca un primo tempo brillante, moderno, coraggioso. Il risultato all’intervallo è in equilibrio. Poi, nella ripresa, il Milan accelera, colpisce e chiude la partita sul 3-1, con margini persino più ampi nel finale. È qui che, secondo Zazzaroni, si consuma la frattura narrativa: la bellezza del gioco contro la concretezza del risultato. Ed è da qui che riparte l’eterno processo al “culo” degli allenatori vincenti, una parola che attraversa decenni e bersagli sempre gli stessi.
Allegri, Fabregas e due mestieri diversi
Zazzaroni mette subito ordine: Massimiliano Allegri e Cesc Fabregas non fanno lo stesso mestiere, pur allenando entrambi. Fabregas costruisce un’idea, un’identità, un calcio che incanta. Ed è per questo che è stato cercato da Napoli, Roma, Milan, Inter e persino dal Bayer Leverkusen.
Allegri, invece, ha un mandato preciso: portare il Milan tra le prime quattro. Non intrattenere, ma qualificare. E i numeri, che piaccia o no, stanno dalla sua parte: 19 risultati utili consecutivi, un traguardo che il Milan non raggiungeva dal 2005, dai tempi di Carlo Ancelotti.
Il vero tema: la Champions, non il gusto
Qui Zazzaroni affonda il colpo. Il calcio di oggi non consente più il lusso del progetto lungo per i grandi club. Milan, Inter, Juventus, Roma, Napoli hanno un solo imperativo: entrare in Champions League. Perché lì ci sono 60, 70, 80 milioni di euro. Gli stessi media che criticano il gioco, ricordano poi i disastri di bilancio quando la Champions sfugge. È un paradosso solo apparente: il sistema chiede risultati e poi si scandalizza per i mezzi con cui arrivano.
I vincenti messi sempre sotto accusa
Zazzaroni allarga lo sguardo. Il “culo” non è un’invenzione recente: lo si è detto di Arrigo Sacchi, di Ancelotti, di José Mourinho. Sempre la stessa accusa, sempre rivolta a chi vince stabilmente. E a chi sostiene che Allegri abbia vinto solo perché aveva grandi giocatori, la risposta è secca: lo stesso si diceva di tutti gli altri. È una scorciatoia narrativa, non un’analisi.
Il calcio spiegato in una frase
L’editoriale si chiude con un aneddoto che vale più di mille tavole tattiche. Dopo l’ultima Champions vinta dal Real Madrid, a Parigi, ad Ancelotti chiesero il segreto. La risposta fu disarmante: «Il portiere ha parato e il centravanti ha segnato». Tutto qui. Anzi no: quella sera non segnò nemmeno un centravanti, ma una mezzala come Adrien Rabiot. Ed è lì la sintesi finale di Zazzaroni: questo è il calcio. Meno ideologia, più realtà. Meno dogmi, più contesto.

