In origine era solo un guanto di sfida: “Saremo una squadra di diavoli, rossi come il fuoco e neri come la paura che incuteremo agli avversari”. Parole del fondatore Herbert Kilpin, e forse nemmeno lui immaginava sarebbero diventate il marchio più distintivo dei Casciavit, proletari del pallone con la maglia rossonera ad avvolgerne i sogni di gloria. Casciavit: perché questo siamo, nei momenti buoni e in quelli bui.
Dai successi degli anni ’60 alla vergogna della doppia retrocessione, passando per i fasti dell’epoca berlusconiana e i lunghi anni della “banter era”. Successi, capitomboli e tentativi di risalita: un copione che ciclicamente scandisce il battito di ciascun cuore rossonero, tanto da rinsaldarne senza remore lo spirito di appartenenza. O meglio, così dovrebbe. Inutile negare, infatti, che l’identità milanista appaia oggi un po’ smarrita all’interno di una tifoseria provata da risultati altalenanti e scelte societarie non sempre comprensibili, ma pure da una tendenza (trasversale e tipica di quest’epoca, va detto) a polarizzare violentemente ogni giudizio, come se in preda a una furia iconoclasta.
Non credo alla critica senza lucidità, tantomeno nell’equilibrio di chi ignora le diverse fasi del club che tanto amiamo. Sono invece convinto che, per venire a capo di anni così instabili, occorra aggrapparsi ai valori della tradizione e tramandarli con orgoglio alle nuove generazioni di milanisti. Ripartire insieme, consapevoli della nostra storia per costruire un domani migliore: è il proposito con cui vi do appuntamento su queste pagine. Con il Milan nel cuore, sempre.
Cesare Maldini, capostipite di una dinastia leggendaria
E se parliamo di storia del Milan, non possiamo non partire dal nome Maldini. In queste ore ricorre il decimo anniversario della scomparsa di Cesare, il capostipite di una dinastia in rossonero lunga più di cinque decenni, nonché capitano del Milan 1962/63, la prima formazione italiana in grado di vincere la Coppa dei Campioni.
Eroe a Wembley: la prima Coppa dei Campioni
Quel 22 maggio 1963, l’attesa è spasmodica. Londra è distante anni luce dalla metropoli multiculturale che conosciamo oggi, ma, analogamente, è pronta ad aprirsi al nuovo che avanza. È allo stadio di Wembley, infatti, che si disputa la finale di Coppa dei Campioni, tra il Milan di Nereo Rocco e i campioni uscenti del Benfica.
I rossoneri ci arrivano dopo un percorso irresistibile, basti pensare che da inizio competizione hanno messo a segno 31 reti subendone solo 5. Mattatore assoluto José Altafini, già autore di 14 gol e degnamente supportato in fase offensiva da Gianni Rivera e Dino Sani. A centrocampo è Trapattoni a mettere ordine, mentre respingere le avanzate avversarie è compito di Cesare Maldini, che il giorno della finale ha 31 anni e già una miriade di presenze con la maglia rossonera numero 3 sulle spalle.
La finale partì male, poi la mossa di Cesare…
La gara inizia male, malissimo per il Milan: diciotto minuti e il Benfica la sblocca con Eusebio. I portoghesi sono una squadra coriacea: sebbene non abbiano entusiasmato come nella stagione precedente, mantengono in rosa giocatori in grado di decidere le sorti di gare equilibrate. Il Diavolo, però, ha Cesare Maldini: è lui a guidare i suoi nelle fasi più sofferenti della sfida, prendendosi pure la briga di ordinare a Trapattoni un cambio di marcatura per complicare la vita a Eusebio. La mossa darà i suoi frutti.
Una rimonta da sogno
Nel secondo tempo, infatti, il Milan cambia registro e in soli otto minuti ribalta il parziale grazie alla doppietta di Altafini. La reazione lusitana è flebile e sbatte ripetutamente contro il muro difensivo dei rossoneri, che al triplice fischio del signor Holland si lasciano andare ad abbracci interminabili: per il club di via Turati è il primo alloro continentale, Maldini lo alza al cielo di Wembley in quella che rimane ancora oggi un’immagine iconica: prima di lui, nessun capitano di squadra italiana aveva avuto un simile privilegio. Servirà attendere il figlio Paolo per vedere rinnovata la leggenda, ma questa è un’altra storia.