È una delle disfatte più incredibili della storia rossonera e, a più di venti anni di distanza, fa ancora discutere. Su Milan-Liverpool, finale di Champions League 2005, non si sono mai spenti i riflettori e, stavolta, a tentare di fare chiarezza è uno che quella sera non poteva scendere in campo: Massimo Ambrosini.
Eroe della semifinale, in tribuna a Istanbul
Sono 488 le sue presenze con la maglia del Milan, ma facciamo un salto indietro: il 25 maggio 2005 Ambrosini guarda i suoi compagni dalla tribuna dello stadio Atatürk di Istanbul a causa di un infortunio alla coscia. È un contrasto di emozioni per lui, dalla frustrazione di non poter giocare all’orgoglio di riconoscere che è stato il suo gol in semifinale contro il PSV a qualificare i rossoneri all’ultimo atto della competizione. E la partita, come noto, si mette subito sui binari giusti.
Dopo appena cinquanta secondi, Maldini in semigirata porta avanti il Milan, dopodiché si scatena l’uragano Crespo: l’argentino segna sia di giustezza sia con un preciso pallonetto e la sua doppietta manda in visibilio l’intero popolo rossonero. Ambrosini gongola, ma, come recentemente rivelato al podcast di Cronache di Spogliatoio, si fa venire un dubbio. “La mia mente elabora questa cosa: se vinciamo la partita ed entriamo in campo a festeggiare con i compagni, tra 30 anni chi vedrà le foto mi vedrà in campo con la cravatta e quindi la gente saprà che non avevo giocato quella finale”.
Un intervallo avvolto nel mistero: “Ho sentito tutto”
Finisce il primo tempo, iniziano i pettegolezzi su quanto successo nell’intervallo dei milanisti. “Dico agli altri di andare nello spogliatoio” – ricorda Ambrosini – “Appena gli altri escono noi ci cambiamo e ci mettiamo maglietta e calzettoni. E poi ci mettiamo sopra la tuta, infatti io il secondo tempo lo vedo in tuta. Io sono nel bagno e sento cosa succede”. Se ne sono dette di ogni, in questi anni.
“Sentiamo Gattuso che urlava con Pirlo, Sandro Nesta che dice di stare calmi”. È il racconto di un clima agitato, con addirittura Ancelotti che deve ristabilire l’ordine perché “ci sono due o tre cose da fare”, l’esatto opposto dei presunti festeggiamenti di cui si è tanto vociferato.
Gli dèi del calcio avevano già deciso
Le squadre rientrano in campo e il Milan sfiora subito il quarto gol. Dopodiché, accade l’inverosimile: nel giro di 6 minuti il Liverpool, fino a quel momento spettatore non pagante della finale, segna tre gol e riapre la contesa. Ambrosini ha ripreso posto sugli spalti, vicino a Inzaghi e Brocchi, con indosso l’uniforme da gara. “Esco dallo spogliatoio con la maglietta e diciamo che questa cosa non ha portato molta fortuna”, ricorda amaramente l’ex centrocampista.
La parata senza senso di Dudek su Shevchenko al minuto 120, infatti, avrebbe dovuto far capire da quale parte pendeva la fortuna quella sera, prima ancora della lotteria dei rigori vinta dagli inglesi. Il calcio è anche questo e, ripensando a quella finale, perdura ancora oggi un senso di incredulità e mistero. Nello specifico, chissà a cosa erano dovute quelle urla nello spogliatoio dell’Atatürk, in cui il buon Ambro si era affrettato a cambiarsi i pantaloncini e il Milan era rimasto in braghe di tela.