Il racconto non passa dai riassunti, ma dalle parole. Alessandro Florenzi non parla del Milan: parla dentro il Milan, con frasi che portano ancora addosso lo spogliatoio, le tensioni, le gerarchie e quel confine sottile tra un gruppo che vince e uno che si spegne. Ospite del podcast BSMT, l’ex terzino rossonero ha aperto le virgolette e non le ha più chiuse, lasciando che fosse il vissuto a fare notizia.
- L’arrivo al Milan: una scelta nel momento giusto
- Gli infortuni e la scelta di non fermarsi
- Il Milan di Pioli e l’impatto totale di Zlatan
- Le sgridate, il peso delle parole e il gruppo
- Sentirsi ascoltati: quando capisci di contare
- Quando un ciclo finisce
- Gabbia e il passaggio di testimone
- Leao e il tempo che non aspetta
L’arrivo al Milan: una scelta nel momento giusto
Il primo contatto con il Milan non arriva come un colpo improvviso, ma come una possibilità che bussa due volte. Florenzi lo racconta partendo da lontano, dal momento in cui tutto sembrava già deciso altrove. «Scopro che c’è potenzialmente l’opportunità di andare al Milan quando mi chiama Ricky Massara. Mi aveva chiamato il giorno prima che partissi per Valencia, ma avevo già dato la parola, il giorno dopo avevo il volo. C’erano lui, Maldini e Boban, e gli dissi che non potevo». La porta, però, resta socchiusa. Si riapre dopo il PSG, quando il ritorno alla Roma non è più una prospettiva reale. «Mi richiama dopo il PSG e mi dice: “È questo il momento vero?”. Io gli dissi di sì, anche perché ero in prestito e sarei tornato in un contesto dove ero messo da parte. A quel punto vado al Milan».
Gli infortuni e la scelta di non fermarsi
L’esperienza rossonera non inizia in discesa. Arrivano gli stop fisici, pesanti, ma Florenzi non li vive come una resa. «Quando arrivo faccio il tendine del flessore sinistro, poi l’ultimo anno crociato e menisco. Però quando ho fatto crociato e menisco non ho mai pensato di smettere. Ho pensato di rialzarmi e riprendere a giocare, però con i miei tempi». Una frase che dice molto più di qualsiasi cronologia clinica.
Il Milan di Pioli e l’impatto totale di Zlatan
Il Milan che trova è chiaro nella sua identità. Florenzi lo dice senza giri di parole. «Era il Milan di Zlatan. Insieme a lui c’era Giroud. Ibra fa la differenza in tutto: mentale, fisico, tecnico. Se sbagliavi un passaggio, eri finito».
Il rapporto con Zlatan Ibrahimović nasce nella competizione, non nel rispetto formale. «Io penso di aver conquistato Zlatan perché a lui piace entrare in competizione. Mi fa un assist di tacco in allenamento e mi guarda. Io gli dico: “Che guardi?”. Lui: “Non hai visto che assist ti ho fatto?”. E io: “Io questi li ricevo tutti i giorni”». Da lì parte una sfida continua, che Florenzi chiude con una battuta che è anche una verità. «Poi lui mi ha detto: “Però con Zlatan hai vinto lo scudetto”. E alla fine ce l’ha avuta vinta lui».
Le sgridate, il peso delle parole e il gruppo
Quando Ibrahimović parla, racconta Florenzi, l’impatto è immediato. «Ogni tanto prendeva la parola e quando la prendeva era pesante. Anche quando era dirigente. Quando doveva entrare in gamba tesa, entrava in gamba tesa». Ma lo scudetto nasce da un equilibrio più ampio. «Quell’anno c’era un mix. C’eravamo io, Kjaer, Ibra, Giroud, e poi Leao, Theo, Calabria. Se Zlatan diceva qualcosa che magari non veniva recepita, andavano gli altri a spiegarla. Kjaer parlava inglese e francese, Giroud francese, io italiano. È così che nasce il gruppo».
Sentirsi ascoltati: quando capisci di contare
Il ruolo di Florenzi diventa chiaro quando cambia lo sguardo degli altri. «Lo capisci quando gli altri ti guardano in modo diverso quando parli, quando la tua parola vale». E da lì nasce una responsabilità quotidiana. «Se uno è incazzato perché non gioca, gli dico: “È giusto che tu sia arrabbiato. Metti questa rabbia in campo”. Quando poi lo vedi trasformarsi, è come se io avessi alimentato lui e lui avesse alimentato me». L’energia, dice, non si spiega. «Io l’anno dello scudetto sentivo qualcosa. L’anno scorso sentivo che non c’era niente. E infatti noni, cambi di allenatore…».
Quando un ciclo finisce
Florenzi non parla di colpe, ma di dinamiche inevitabili. «È come una fiamma che si spegne. O sei bravo da entrambe le parti a riaccenderla, oppure scema». E racconta il lavoro silenzioso con i più giovani. «Con Rafa mi fermo tutt’ora a parlare. Con Theo parlavo tanto. Con Gabbia soprattutto negli anni dopo».
Gabbia e il passaggio di testimone
Il riferimento a Matteo Gabbia è carico di affetto. «Prima chiedeva permesso anche per andare in bagno. Adesso è un pilastro del Milan. Gli voglio bene come fosse mio fratello. È uno che ha preso qualcosa dalle vecchie generazioni».
Leao e il tempo che non aspetta
Su Rafael Leão il tono si fa diretto. «Per me è fortissimo. Però siamo sempre lì a dire che deve capirlo lui. Spero che lo abbia capito, perché non si può più aspettare». E la chiusura è netta. «Quello che ho visto fare a lui l’ho visto fare a grandi personaggi in grandi squadre. Oggi ci sono tante distrazioni fuori dal campo, ma ormai fanno parte di noi». Non una critica. Un avviso.

