Fabregas, Chivu e le amnesie dei “bravi maestri”

Gesti antisportivi e proclami clamorosamente rinnegati, ma a pagare è sempre Allegri. Riflessioni su una critica a doppio standard

Matteo Noceti
5 min di lettura

Premessa: non è interesse (tantomeno compito) nostro gettare la croce addosso a professionisti che, magari in preda alla tensione del momento, si lasciano andare a gesti o commenti poco edulcoranti. È però doveroso stimolare la riflessione sul doppiopesismo con cui, da qualche tempo, sembra muoversi la critica del nostro calcio.

Un campionato di errori e polemiche

È una stagione difficile in serie A, martoriata ogni domenica da decisioni arbitrali alquanto dubbie, da un regolamento che non sembra aiutare gli stessi direttori di gara e, di conseguenza, da polemiche e retropensieri. Un caos come non se ne vedeva da un po’ e per il quale è auspicabile che a fine anno ci si sieda attorno a un tavolo in cerca di migliorie. Non vanno però sottovalutate le responsabilità dei tesserati, che, tra lamentele, simulazioni e atteggiamenti irrispettosi ne stanno combinando di ogni. Ha perfettamente ragione il designatore Rocchi a dire che “Cercano in tutti i modi di fregarci”: le falle nel regolamento sono evidenti, la gara a chi ne approfitta in modo più scaltro pure.

I bravi maestri

Veniamo però al doppiopesismo. Christian Chivu e Cesc Fabregas, tra gli emergenti, sono i due allenatori più interessanti della serie A: le loro squadre vincono esprimendo un gioco armonioso e di respiro internazionale, di quelli che fanno brillare gli occhi agli esteti del calcio, tanto più quando condito da proclami di sportività. Su di loro, il vento dei giudizi tira sempre a favore, eppure qualche zona d’ombra c’è.

Chivu

Il tecnico dell’Inter era stato chiaro: “Voglio vedere un allenatore venire in conferenza a chiedere scusa se ha avuto un episodio a favore”. Uno slancio di spirito sportivo da far invidia a De Coubertin se non fosse che, a distanza di 24 ore, Inter-Juve finisca nel tritacarne delle polemiche a causa della simulazione di Bastoni e di tutto quel che ne è scaturito. Da parte di Chivu nessun riconoscimento del favore ricevuto né la condanna del gesto del difensore. Un’occasione persa di mettere in pratica quanto professa(va).

A questo punto il dubbio sorge spontaneo: era sincero in conferenza o recitava? E, nel secondo caso, fingere davanti a decine di giornalisti e milioni di tifosi è così diverso dal simulare sul rettangolo di gioco? Si è parlato quasi unicamente di Bastoni, forse la critica ha risparmiato Chivu troppo in fretta: sui nobili principi non si dovrebbe fare marcia indietro.

Fabregas

Capitolo Fabregas. L’allenatore del Como aveva già dato sfoggio della sua personalità al termine della sconfitta contro i rossoneri nel girone di andata. “Quando fai 700 passaggi e il Milan 200 non è normale perdere, chi ama il calcio lo sa. Ecco il risultatismo che a voi italiani piace tanto. Otto volte su dieci questa partita la vinciamo noi”. Mercoledì il Como è apparso molto più coperto del solito: forse lo spagnolo si è svegliato canticchiando l’inno di Mameli, ma senza immedesimarsi troppo nella nostra cultura visto che avremo pure tanti difetti, noi italiani, ma una trattenuta come la sua a Saelemaekers per favorire il contropiede comasco non la avevamo ancora vista.

Gli si riconosce l’essersi scusato per un gesto di rara antisportività, nonostante, in quel frangente, a pagare con l’espulsione sia stato Allegri… Proprio alla luce di questo, com’è possibile che nelle ultime ore il problema sia diventato l’acceso scambio di vedute tra i tecnici un’ora dopo il triplice fischio, in un’area dello stadio lontana da microfoni e telecamere? Si racconta che Allegri avrebbe insultato Fabregas: sarebbe deprecabile. In mancanza di prove, tuttavia, resta un gossip. Eppure si parla di questo, non della trattenuta. È sufficiente a scagionare lo spagnolo?

In generale, basta davvero qualche frase ad effetto, poco importa se smentita dai fatti, per definire oggigiorno i giusti e gli sbagliati, quelli da criticare e quelli su cui va sempre chiuso un occhio? Diamoci tutti una calmata. Chi è in campo si comporti da professionista, chi arbitra ritrovi serenità e chi è chiamato a giudicare lo faccia sempre. Abbiamo il dovere di restituire credibilità a un calcio che, nonostante pulluli di presunti “bravi maestri” somiglia sempre più a una scuola vuota.

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